Il frate vicino ai condannati a morte
Nella sua vita, ha assistito 72 condannati a morte. Padre Ruggero Cipolla, per mezzo secolo cappellano delle carceri torinesi, è morto il primo dicembre 2006, a 95 anni. Lo avevamo incontrato a Saluzzo, nel Convento di San Bernardino, dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. L’intervista è del 22 aprile 2003. Padre Ruggero è stato un uomo straordinario.
Padre Ruggero, la storia della sua vocazione…
«Sono nato a Torino il 2 dicembre 1911. Nel 1926, sono andato a vedere un film su San Francesco: mi ha commosso e mi sono innamorato di lui. Con qualche difficoltà in famiglia, sono entrato in convento quando avevo 18 anni».
Ruggero Cipolla diventa sacerdote il 4 luglio 1937. Dal giugno 1938 al primo settembre 1939, è a Bardonecchia. Poi finisce a Torino, nel 1940.
LA TELEFONATA DEL CARDINALE
«Un giorno ricevo una telefonata del cardinale Fossati, mi voleva parlare con una certa urgenza. Lascio il convento, preoccupato di averne combinata qualcuna. Il cardinale voleva che qualcuno di noi frati diventasse il cappellano delle carceri: “Ho dovuto allontanare i cappellani, perchè i nazisti li volevano arrestare”. Io ho risposto che una decisione del genere non la potevo prendere da solo. Ma il cardinale voleva la risposta per il giorno dopo. Due padri accettano inizialmente l'offerta, ma poi ci ripensano. Io vado a svegliare un mio confratello, lui mi tranquillizza. Con lui ho iniziato il mio impegno in carcere».
Ricorda il primo impatto con il carcere?
«Oh sì. Non sapevo come comportarmi. Oltrepassata una cella, sento un detenuto che commenta così: «E' il cappellano nuovo? E' impacciato... lo sveglieremo noi!». Ho iniziato 15 novembre 1944».
L’INCONTRO CON DUCCIO GALIMBERTI
Padre Ruggero parla lentamente, e sul suo volto si colgono espressioni e lineamenti innocenti, da bambino. Con le mani giunte e gli occhi socchiusi, racconta il suo incontro con Duccio Galimberti...
«Salgo al primo piano delle carceri torinesi ed incontro un signore distinto: era Duccio Galimberti. “Padre, faccia attenzione: con questa gente non si scherza! E' suonato il coprifuoco, ritorni in Convento. Ma, la prego, domani venga da me, perchè voglio parlarle a lungo, perchè i frati sono i custodi dei miei morti, agli Angeli, a Cuneo”. La mattina successiva vado a cercarlo, ma non lo trovo più: l'avevano trasferito a Cuneo. Sui giornali fecero uscire la notizia che aveva tentato la fuga, la realtà è che lo fecero scendere dall'auto e gli spararono alle spalle».
CROCIFISSI PER
I CONDANNATI A MORTE
Lei ha accompagnato tanti uomini alla morte...
«Sì. Per tutti loro, io preparavo dei piccoli crocifissi, con il loro nome, tenuti in un sacchetto. Negli ultimi momenti della loro vita, quasi tutti hanno rifiutato la benda davanti agli occhi, per guardare il crocifisso. Prima che il plotone desse il colpo di grazia, io passavo ancora ad ungere quei corpi con l'olio santo, le mani restavano intrise di sangue. E custodivo poi quei crocifissi per i famigliari».
Cosa pensava in quei momenti così terribili?
«Invocavo l'aiuto del buon Dio. Un giorno vengono fucilati undici giovani partigiani, io chiedo all'autista del camion con le undici salme di salire in cabina, ma mi sento rispondere: "Padre, per lei non c'è posto!". Ho alzato la voce e sono salito tra una cassa e l'altra, grondanti di sangue: li ho accompagnati al cimitero, recitando il Rosario».
Non è mai andato in crisi?
«Grazie a Dio, no. Il Signore mi ha sempre aiutato e mi ha dato sempre la forza. Anche di fronte ad un "tribunale del popolo", che aveva ucciso undici patrioti. Alzai la voce ed urlai: "E' così che si rispettano i morti?". Uno di loro mi apostrofò: " Frataccio, stai zitto. Se è necessario, ho anche un colpo in canna per te". Ed io: "Stai attento a come parli, perché io sono il cappellano del carcere, ed assisto gli uni e gli altri. E Cristo è morto in croce per salvare tutte le anime, che non hanno colore!". A questo punto, si sono calmati e qualcuno si è anche fatto il segno della croce... ecco la forza che il Signore mi ha dato, in certi momenti!».
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Storie di vita
a cura di Barba Bertu (Albeto Burzio)


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