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Il frate eremita che accoglie tutti

Il Frate-eremita accoglie chi arriva nella borgata con il suo volto sorridente, incorniciato da una splendida barba bianca, offrendo uno zuccherino bagnato di grappa. Frate Francesco Maria Bono è nato a Busca il 30 novembre 1924 e nel periodo estivo sale sopra Limonetto, tra i prati dove scorrazzano simpatiche marmotte, e accoglie i numerosi pellegrini che vanno a cercarlo.

Padre, di dove è originario?
«Arrivo dal mondo dei campi, sono nato a Busca il 30 novembre 1924, ero l’ottavo figlio, il più piccolo. Da bambino giocavo con l’acqua del torrente e mi divertivo a costruire le dighe… Mi piaceva camminare in collina, alla scoperta della Natura, ma non ho mai trovato un fungo! Mia mamma è morta il giorno di Pasqua del 1941».

NASCOSTO IN UN BUCO
Che ricordi ha della guerra?
«Dopo aver fatto il soldato per alcuni mesi, l’8 settembre 1943 è scoppiato il caos. Io sono tornato a casa, è arrivata la cartolina precetto, ma io mi nascondevo in un buco, nella terra, per paura di essere preso dai tedeschi e dai fascisti. Nessuno sapeva che ero a casa, oltre a mio padre e i miei familiari stretti. Durante un rastrellamento, sono stato tre giorni e tre notti nascosto in quel buco, con un mio vicino di casa, reduce di Russia, classe 1922».
E poi?
«Nel gennaio 1944, hanno preso mio padre ostaggio, e allora mi sono presentato a Cuneo, così lo hanno liberato. Sono partito per Aosta, ci sono stato da alpino per alcuni mesi, poi avrei dovuto partire per la Germania. Molti scappavano…Il capitano ci minacciava, con parole molto dure: “I genitori dei disertori saranno impiccati!”. Ma io, due giorni prima della partenza, il 13 febbraio 1944, sono scappato e sono tornato a Busca. Un furiere mi aveva fatto un permesso  per raggiungere un mio fratello reduce di Germania, ricoverato in ospedale a Torino: ma non era vero. Poi, il 25 aprile 1945, la guerra finalmente è finita, anche se ricordo il tanto disordine, il clima non era dei migliori… ma io non mi sono più sentito perseguitato, ed ho ripreso a vivere».

La deportazione…

«Credo che dobbiamo inginnocchiarci  davanti ai deportati, inebetiti dalla sofferenza. Mio fratello Francesco è tornato dalla Germania il 14 luglio 1945, e così la nostra famiglia si è ricomposta».

«IL CONVENTO DOPO TANTA VIOLENZA»

Quando è entrato in Convento?

«Il 16 agosto 1945 sono entrato nel Convento dei Cappuccini di Villafranca Piemonte. Ho deciso di farmi Frate dopo aver visto tanta violenza e tante ingiustizie, in guerra. Le armi rovinano, e anch’io ho avuto paura di diventare violento».

«ERO TIMIDO NEL FARE LA QUESTUA»
Perchè Frate Cappuccino?

«Io avrei voluto andare fra i Salesiani o fra i Missionari della Consolata, ma il Signore ha voluto così. Sono un Frate laico, non ho preso la Messa, e ricordo bene quando andavo a fare la questua: ma ero timido, e non osavo chiedere, e così non ho mai arricchito il Convento! Nel 1950 ho fatto i voti perpetui. Sono stato trent’anni a Chivasso, con il Concilio Vaticano II sono andato in crisi, per 10 anni».

Come mai?

«La disciplina mi piaceva e mi aiutava a tenermi in quadro. Quando sono sparite certe forme di penitenza e di digiuno, mi sono sentito smarrito. Ricordo bene l’invito del Concilio ai religiosi “a tornare alle fonti”».
Quando è arrivato all’Alpe Papa Giovanni, sopra  Limone?
«Era il 1975, don Francesco Brondello di Borgo era stato convocato negli anni precedenti da Papa Giovanni XXIII, che aveva invitato a “portare gli uomini a contatto con la Natura, così incontreranno Dio e scopriranno se stessi”. Lui, parroco a Limonetto, aveva comprato delle case e dei terreni… io l’ho aiutato, e nei primi tempi con frate Mario Borello facevamo i manovali, per i muratori. Nel 1970 ho passato l’inverno quassù, faceva freddo e scavavo nella terra gelata…».

«HO CAPITO IL GRAN SILENZIO»
Cosa è successo in lei, in quei mesi freddi?
«Fra la nebbia e la neve, nella solitudine, ho capito il gran silenzio. Ho capito che il mondo è di Dio. Ho capito che dovevo fidarmi di Lui, per essere veramente libero».
Nel 1976, Padre Francesco Maria è destinato a Roma, al Collegio internazionale, dove c’erano 138 frati di 28 nazionalità diverse: «Esperienza molto bella. Ho capito l’uomo e le sue reazioni. E’ stata una grande occasione per capire, senza giudicare».

«QUI ARRIVANO TANTE PERSONE»
Chi arriva quassù da lei?
«Tante persone. Anche malate, esaurite, pessimiste e salgono quassù per ritrovare un po’ di serenità. Non dobbiamo avere paura del mondo d’oggi, ci sono ancora tante cose buone. Da me sono arrivate più di 200 mamme con i loro piccolini, e io mi commuovo nel vedere così tanto amore e tanta gioia verso i figli! Io accolgo tutti, e quelli che vengono qui possono pregare, riposarsi, rilassarsi… io non impongo nulla».
E quando arriva qualcuno che ha dei problemi?
«Mi metto in posizione di ascolto, e prego per loro».
Arrivano anche non credenti?
«Non saprei. L’uomo magari bestemmia, ma non può fare a meno di Dio».
Dio esiste?
Il frate ride: «Certamente! Lo capisco per l’amore che Lui ha verso l’uomo, e allora nulla mi fa più paura. Io ad esempio ho subito due interventi per tumore, ma sono ancora qui. Ho imparato ad accettare il dolore e ho ripreso a vivere».
Quando arriva da lei una madre che ha perso un figlio, cosa le dice?
 «Sto in silenzio. Cerco di farmi carico del suo dolore - il frate eremita si commuove - e offro al Signore la sua sofferenza: è la più grande preghiera, solo Dio può aiutare. C’è chi si crea dei problemi, ma c’è chi li ha veramente».

«PREGHIERA NEL CUORE DELLA NOTTE»
Lei si alza nel cuore della notte a pregare…
«Sì, vado a dormire alle 21, qui non c’è energia elettrica. Alla mezza mi alzo, all’una chi vuole può venire a pregare tra la paglia, nella cappella che abbiamo allestito, sotto la tenda. Poi, andiamo dalla roccia a vedere il cielo, le stelle, la luna… ad ascoltare la Natura, gli alberi, l’acqua che scorre, che dà una grande serenità ai cuori. Dopo si va di nuovo a dormire, poi mi alzo alle 5, e la giornata è dedicata all’accoglienza e ai momenti di preghiera».
Lei è un Frate felice?
«Non saprei. Sono contento e ringrazio il Signore. La vocazione non è scontata. Tutti i giorni cerco di orientare il mio cuore verso la volontà di Dio».
E il peccato?
«Non mi meraviglio, è la nostra fragilità umana. Siamo tutti peccatori, ma Dio è misericordioso».
E per quelli che non credono?
«A volte ci sono persone che dicono di non credere, ma che sono esemplari e vivono il Vangelo più di noi. Dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri».
Pensa alla morte?
«Io penso alla vita. Dio è il Dio della vita, io mi fido di Lui, perché devo avere paura?».
Padre Francesco Maria, lei fra qualche giorno lascerà l’Alpe, dopo tre mesi, per tornare in Convento a Ceva…
«La vita comunitaria aiuta. Ci sono rapporti umani e molto concreti, occorre accettare le nostre diversità».


Sono passate due ore, e sono letteralmente volate. Arrivano due genitori: «Padre, può dire due preghiere per nostro figlio che riprende a studiare, nelle Scuole serali?». Il Frate ci fa vedere la borgata. La Cappella con la paglia a terra è molto semplice, e fa venire in mente la grotta di Gesù Bambino. Le casette offrono ospitalità a chi arriva. E, più in là, una piccola baita in costruzione ospiterà i religiosi desiderosi di salire in montagna per fare “deserto”.  Lui, il Frate Eremita, sorride. Con i suoi occhi capaci di emozionarsi davanti agli spettacoli della Natura, ci fa notare un grande faggio, di almeno 400 anni, e ci dice: «Lo vedi quel ramo che abbraccia l’altro albero?». No, non diresti proprio che quest’uomo ha 82 anni, ed è già andato due volte a sfiorare la morte. Le sue mani sono nodose, quelle di un uomo che ha lavorato e lavora la terra. E fra la citazione di un Salmo e un altro, ti fa capire la grandezza del Creato. Osservando Frate Francesco Maria, si resta conquistati dalla sua serenità, dalla sua saggezza e dalla sua grande semplicità.

(L’INTERVISTA E’ DEL 20 SETTEMBRE 2007)

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Storie di vita

a cura di Barba Bertu (Albeto Burzio)

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