A 84 anni a cogliere le violette
A 84 anni compiuti, è andata ancora a raccogliere le violette, nei magnifici boschi di Elva. Giovanna Bruna è nata il 7 giugno del 1920 ed è una donna piena di vita, che parla volentieri intercalando i discorsi con frequenti risate.
Che ricordi ha della sua infanzia?
«A cinque anni andavo già al pascolo».
A scuola dove è andata?
«C’erano due scuole, e io sono andata dalle Suore Cottolenghine. Eravamo tanti ragazzi».
Che lavoro facevano i suoi genitori?
«Lavoravano tutti e due la terra. Nella brutta stagione, mio padre emigrava in Francia e faceva il muratore, ritornava a maggio».
Non le mancava in quei mesi?
«Altrochè! Avevamo una manza, che ogni volta che vedeva un uomo, cercava di incornarlo. Mia madre ha scritto allora a mio padre in Francia comunicando l’intenzione di vendere l’animale: mio padre, per la paura, ha fatto il Col Sautron d’inverno, fra due metri di neve. Quando è arrivato, l’animale non c’era più. La sera prima di vendere la manza, nostra madre (mi fa ancora pena raccontarlo oggi) ci ha detto piangendo: “Non so, bambini, se domani ci sarò ancora”».
«SONO STATA FELICE CON MIO MARITO»
Quando ha conosciuto suo marito?
«Raimondo era del 1906, e aveva 14 anni in più di me. E’ stato il primo ragazzo che mi ha parlato. Il 12 maggio mi ha chiesto: “Vuoi che ci sposiamo?”. Il 18 giugno 1938 ci sono state le nozze. Con mio marito andavo d’accordo, è dal 1963 che non c’è più. Con lui sono stata felice».
Dalla loro unione sono nati figli: Enrichetta nel 1940, Antonio nel 1944, Natalina nel 1947, Onorina nel 1950, Angela nel 1954.
Per quanti anni avete tenuto l’Osteria di borgata Ugo?
«Per 40 anni. Il 29 giugno c’era la festa alla cappella di San Pietro, si faceva il falò e la gente arrivava da tutte le borgate…ah, mi è sempre piaciuto stare in mezzo alla gente. Il vino andavamo a prenderlo a Stroppo e lo portavamo su con i muli…ma mi lasci raccontare un’episodio particolare».
IL TESCHIO SUL LETTO
Certo signora, racconti pure…
«Mio marito era un po’ malato, e io dovevo portare 100 litri di vino lassù alla grange, dove viveva il “ pastore dai piedi gelati” (gli erano gelati i piedi tornando dalla Francia). Ho caricato il vino sulla mula, era primavera, c’era ancora la neve e mi sono incamminata, recitando il Rosario. Sono arrivata in cucina, ho scaricato il vino, il pastore è andato nella camera da letto. Sa cosa aveva sul letto? Il teschio di un uomo morto! Lo teneva lì, per tenere lontane le masche».
Lei crede alle masche?
«Oh, no! C’era chi ci credeva, però. Prima di borgata Chiosso, di sera la gente vedeva una donna accovacciata, lungo il sentiero. Mio padre non aveva paura, e una sera ci andò da solo: c’era un “bosu”, che nella penombra assomigliava a una vecchia. Altro che la masca!».
«A ELVA NON C’E’ QUASI PIU’ NESSUNO»
E’ stata dura tirare su la famiglia?
«Eh sì, quando sono restata vedova ho continuato a tenere l’osteria fino al 1977. Poi, per cinque anni, abbiamo tenuto la Locanda di San Pancrazio: anni buoni, tanto lavoro».
Lei nella sua lunga vita ha visto cambiare il paese…
«Mi fa male al cuore vedere che a Elva non c’è quasi più nessuno».
E’ vero che lei andava a cogliere le violette?
«Sì, l’ho fatto fino a tre anni fa. Un lavoro faticoso, ma per fortuna non ho mai patito il mal di schiena».
E i caviè?
«Ho iniziato a lavorare i capelli a 12 anni, nel 1932. Lavoravo 10 ore al giorno, e guadagnavo due lire, i miei nipoti non ci credono. Pulivamo i capelli raccolti in giro per l’Italia e messi in grossi sacchi. Li allargavamo per terra, li dividevamo per colore, eravamo una ventina di persone a lavorare».
Se le proponessero di vivere un’altra vita?
«Non lo so. Però sono fortunata, perchè in famiglia mi vogliono tutti bene. Io alla Casa di riposo non andrei, però non posso dire che non berrò quell’acqua».
Crede in Dio?
«Sì, io prego molto per gli ammalati, e per i morti. Non ho paura di morire. La salute mi accompagna abbastanza e sono felice di vivere ad Elva».
Cosa pensa della vita?
«E’ cambiata in peggio».
Il segreto della felicità?
«Sapersi accontentare e vivere tranquilli».
(L’intervista è del 15 aprile 2006)
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a cura di Barba Bertu (Albeto Burzio)


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